Mariagrazia Carraroli Opere

 

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Con l'opera N.O.F.4-Centottantadue metri di follia Mariagrazia carraroli ha vinto nel 2009 il primo premio della sezione Poesia.

«In un'epoca in cui troppo spesso l'arte gironzola dalle parti della follia con una specie di gusto dolciastro, di vampiresca o morbosa voglia di meraviglia, la parola di questo libro, che cresce dalle parole graffite sul muro del manicomio da un uomo sfortunato, risulta infine l'unica munita di possibile giustizia: quella della testimonianza. La vitalità dell'opera teatrale e poetica di Mariagrazia Carraroli sta nell'incandescente materia del racconto, e nello speciale rispetto con cui ad essa si avvicina la voce dell'autrice, franta in quella di più figure, e comunque composta, attenta sempre più al testimoniare che all'esibirsi». (dalla prefazione di Davide Rondoni)

Sospesa tra rappresentazione teatrale e poesia, l'opera di Mariagrazia Carraroli traduce in versi la storia di un uomo realmente esistito, Oreste Fernando Nannetti, che incise i suoi pensieri sul muro del manicomio di Volterra, dove fu segregato fino alla morte nel 1994. Centottantadue metri di graffiti, misti di scrittura e disegni, la cui documentazione fotografica è oggi conservata al Museo dell'Art Brut di Losanna. Mariagrazia Carraroli li consegna al lettore in tutta la loro verità, con una scrittura autentica e partecipe, ottenendo ciò che la sola immagine non riesce a fare: che la solitudine del Nannetti venga non solo ricordata ma anche e soprattutto condivisa.

Il messaggio di un figlio delle stelle

"Ricordare, preservare quando è necessario e non demagogico, retorico. Conservare la memoria di una persona singolare, di un messaggio “visionario”, è il compito che siamo felici di sostenere attraverso questa nuova pubblicazione vincitrice della sezione poesia del nostro Premio. L’opera della Carraroli, ispirata alla storia di Oreste Fernando Nannetti e al suo graffito realizzato lungo il perimetro del muro del cortile durante l’internamento nel reparto del Manicomio di Volterra, si pone a metà strada tra il racconto poetico e la drammaturgia teatrale, manifestando attraverso la ricchezza della narrazione concertata attraverso più voci la straordinarietà e la bellezza di quel lavoro, bellezza che per assurdità è stata anche oggetto di interesse del Museo dell’Art Brut di Losanna. Un’opera che manifesta per i vari significati che riassume tutta la sua attualità, l’attualità del bello, che si perpetua da sempre secondo Gadamer, autore di un saggio omonimo, nello spirito umano e che nell’arte diventa paradossalmente il brutto, perché come mette in luce nella sua prefazione il poeta Davide Rondoni, «l’arte gironzola dalle parti della follia», ma qui lo fa in una maniera autentica e non artificiosa, come nel caso di molta dell’arte contemporanea. «Accendete i motori, sono pronto!/Agli altri caconi/shock elettrici, docce sciabolate/non a me che sono delle stelle». Non è una storia intelligibile per gli uomini, quella descritta dalla Carraroli, né tanto meno per i «caconi», i compagni del camerone, «capri da immolare», «morti viventi». Il Nanetti, di professione elettricista, condannato dapprima al ricovero nel reparto criminale, e poi a rimanerci per sempre in quel Manicomio, ma di sua volontà, vittima della sua lucida e consapevole follia, si considera piuttosto un «austronautico scienziato», un figlio delle stelle connesso con l’Infinito, che attende di lanciare nel «sistema telepatico spaziale» il suo «segreto segnale» come il protagonista all’apparenza squinternato del film «K-Pax» interpretato magnificamente da Kevin Spacey, per «dire al muro e al mondo intorno/“Io ci sono”» e «sono vivo». In questo viaggio verso un altrove indefinito, oltre il mondo che gli sta stretto, ha ricevuto infatti un messaggio dalla Luna «che la Terra va in cancrena/che la materia vivente muore […] per odio personale e per rancore», e si fa beffa degli uomini animati dall’invidia e dalla competizione che stanno lacerando la nostra società. Questo viaggio lo spinge come Ulisse a varcare le Colonne d’Ercole per non «viver come bruti/ ma per seguir virtute e canoscenza» e come Achille per il desiderio d’immortalità «Ho scritto per la morte/che fermasse la falce sul mio libro». Il suo viaggio è simile a quello degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro, solo che ora l’esegesi allegorica si è evoluta, sappiamo identificare attraverso il progresso tecnologico quegli avvistamenti che solcano da sempre i nostri cieli e un’altra è la sua missione, quella di tentare ancora di salvare la terra e gli uomini: «Per questo son partito in astronave/per congiungere il chiaro all’altra luce/e far volare nel vuoto/le sbarre crocifisse d’Ospedale»". (dalla prefazione di Valerio Vigliaturo, direttore artistico InediTO - Premio Città di Chieri e Colline di Torino)

Estratto

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